Intervento di Marco Di Lello su istituzione del «Premio biennale di ricerca Giuseppe Di Vagno»


Signor Presidente e onorevoli colleghi, giunge dunque all’esame dell’Assemblea la proposta di legge di istituzione del premio di ricerca che reca il nome di Giuseppe Di Vagno. È una proposta di legge che era già stata approvata con rito legislativo in Commissione e che sarebbe diventata legge, se la XVI legislatura non si fosse anticipatamente interrotta. Ora riprendiamo.

Peppino Di Vagno è stato deputato pugliese eletto nelle liste del Partito Socialista nel collegio di Bari-Foggia il 15 maggio 1921 e fu assassinato pochi mesi dopo, il 25 settembre dello stesso anno, da una squadraccia fascista che, dopo essersi fatta scudo dello scoppio di bombe a mano, esplose tre colpi di pistola che abbatterono colui che, già in vita, il popolo aveva appellato «il gigante buono». La vicenda Di Vagno, dibattuta tra la dimensione localistica dello scontro tra gruppi di potere legati al governo ed agli interessi della città e la dimensione nazionale della strategia della violenza come strumento di lotta politica, inaugurata dal nascente fascismo, incontrerà la punta più alta solo tre anni dopo, con l’assassinio Matteotti. Anche per Di Vagno le responsabilità del capo del fascismo furono delineate con rigore storiografico da Gaetano Arfè nel settembre 2001. Eppure, ci sono voluti anni per una riflessione storica sull’evento, nonostante fosse quello l’assassinio del primo deputato della storia d’Italia, vittima

della violenza esercitata dal fascismo agrario pugliese per la conquista del potere. Per tanti anni si è dovuto inseguire il tributo che doveva essere pagato nei confronti della verità della storia: omicidio volontario e non preterintenzionale.
Raccogliendo le numerose sollecitazioni, negli anni scorsi la Camera dei deputati ha favorito la ricerca storica promossa dalla benemerita fondazione che porta il nome di Giuseppe Di Vagno, pubblicando tre volumi, un decennio di studi che ha consegnato la figura di Di Vagno come uno degli epigoni della lotta al fascismo. Due figure, quelle di Peppino Di Vagno e Giacomo Matteotti, con sorprendenti ma tutt’altro che casuali affinità, come messo in evidenza nel 2005 da Giuliano Vassalli: dalla formazione e dai loro studi, avvio e svolgimento dell’attività politica, fino alla loro tragica morte; infine, con i sinistri comportamenti verso le loro vedove del fascistume insolente sia pugliese che polesano.
I Presidenti della Camera Casini e Bertinotti si sono recati a Conversano, negli anni scorsi. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è recato a Conversano il 5 novembre 2011, per rendere omaggio a Giuseppe Di Vagno, il Matteotti del Sud, nel novantesimo dell’assassinio.
Oggi, a poco più di 91 anni di distanza, con l’attività della fondazione e con l’aiuto della Camera, si è consolidato il giudizio storico e rimarginata la frattura. Da decenni, in Puglia, opera una fondazione che porta il nome di Peppino Di Vagno, sorta sulle orme dell’istituto di studi socialisti fondato nel 1943, all’alba della riconquistata libertà, dallo storico Antonio Lucarelli, con il compito di onorare e custodire la memoria di Di Vagno e di tutti i democratici, che si sono sacrificati fino all’estremo sacrificio della vita per la libertà e contro ogni forma di oppressione.
La fondazione Di Vagno opera per la diffusione della cultura politica per la contemporaneità, presso le giovani generazioni e irradiando la sua azione anche oltre i confini regionali, nel rispetto ed a difesa del pluralismo delle culture politiche. Organizza – è bene che i colleghi lo sappiano – corsi di buona politica, un festival di cultura politica ormai alla decima edizione ed ha realizzato una biblioteca con oltre 10 mila volumi, orientata verso la raccolta di saggi di storia contemporanea, partiti politici, sindacati, politica e cultura. Ha infine dato vita e coltiva in progress un archivio storico, che porta il nome di «memoria democratica pugliese», presente in rete all’interno del portale «archivi del Novecento», che allo stato ha messo insieme oltre 55 mila fondi archivistici.
L’archivio possiede poi la raccolta de l’Avanti ! dal primo numero di fondazione del 25 dicembre 1896 e custodisce il primo numero pubblicato il 2 aprile 1893.
È d’obbligo spendere qualche parola sulla Fondazione Di Vagno, riconosciuta persona giuridica prima con il decreto del Presidente della regione Puglia del 2003 e, successivamente, dal Ministro dell’interno nel 2008, accreditata presso il Ministero dei beni e delle attività culturali. Sottolineo che anche in questo caso non c’è colore politico. Ministri ed esponenti istituzionali ne hanno riconosciuto la qualità della produzione indipendentemente dalla sensibilità politica e culturale. I componenti gli organi della Fondazione, che non ha legame di sorta con alcun partito politico, da sempre prestano la loro attività volontariamente e senza neppure il rimborso delle spese. Nel CdA sono presenti i rappresentanti della regione Puglia, del comune di Conversano, della provincia di Bari. Il comitato scientifico annovera personalità del mondo culturale e accademico della Puglia e nazionale. I bilanci sono pubblici sul sito web della Fondazione, la quale, in particolare, possiede una biblioteca di migliaia di volumi, alcuni di importanza storica, frutto di continue donazioni da parte di privati e aperta al pubblico, catalogata solo in parte, ma inserita nel sistema bibliotecario nazionale, nonché un archivio storico dichiarato di rilevante interesse storico, che a tutt’oggi ha salvato da perdita sicura 55 fondi archivistici cartacei.
La Fondazione Di Vagno, riconosciuta ben oltre i confini regionali, attraverso i

colleghi parlamentari non solo della Puglia e di ogni schieramento, da anni persegue l’obiettivo di istituire il Premio di ricerca Giuseppe Di Vagno sulle orme di quanto la Camera dei deputati fece nel 2004, in occasione dell’ottantottesimo anniversario dell’assassinio, con l’istituzione del Premio Matteotti. Per decenni i democratici e i socialisti pugliesi hanno coltivato l’aspirazione di veder eretto un monumento a Di Vagno: quell’aspirazione non ha mai visto compimento. E invece il più duraturo dei monumenti appare oggi istituire un premio di ricerca Giuseppe Di Vagno, gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, d’intesa con la Fondazione, affidando a giovani studiosi il compito di tener viva la memoria attraverso un lavoro intellettuale capace di saldare ricerca storica e speranza di futuro. Il socialista Giuseppe Di Vagno, caduto per mano fascista ad appena 32 anni per la caparbia fermezza con la quale mise in atto il suo progetto di riformare la società bracciantile e di perseguirlo fino all’estremo della sua stessa vita, può essere un modello nel quale le giovani generazioni possono rispecchiarsi. In un’epoca nella quale presto tutto si consuma e tutto si dimentica, credo che incomba su di noi il dovere di preservare la memoria nella società e nelle scuole attraverso la nostra gioventù, non per guardare al passato dallo specchietto retrovisore ma per proiettare le lezioni del passato nel futuro. E quando il passato è fatto di grandi passioni, occorre segnalarlo alle generazioni di oggi. La società per progredire ha bisogno di esempi cui riferirsi. Troppo spesso oggi ci mancano modelli virtuosi. Occorre dunque cogliere l’occasione per farne oggetto di studio e di riflessione per il futuro. La maggior parte dei nostri giovani sa poco del nostro passato. Frequentano molto i social network, guardano la TV: non sempre queste sono fonti di cultura. È nostro dovere dunque aiutare le giovani generazioni a capire perché un popolo senza memoria non esiste, perché esaltare l’oblio significa uccidere due volte e custodire la memoria è premessa per creare il futuro. La memoria, ha detto il Presidente della Repubblica, come nutrimento per restituire alla politica la dignità che le spetta per continuare a svolgere la funzione di cambiare il Paese e mantenere la democrazia, per segnalare l’intensità della passione civile con la quale uomini come Di Vagno che non ebbero tentennamenti o come Matteotti, i fratelli Nello e Carlo Rosselli, anche Antonio Gramsci, don Minzoni, Giovanni Amendola, Bruno Buozzi intesero la lotta politica e sociale perché solo la passione consente al progresso democratico di consolidarsi e perché la concezione della lotta politica come uomo contro uomo, come intollerante delegittimazione dell’avversario e non come competizione delle idee riduce la società a regressione e barbarie.
E allora, onorevoli colleghi, tocca alla Camera dei deputati proiettare nel vivo della devastante crisi della contemporaneità la memoria storica. E allora la proposta di legge in esame, riprendendo i contenuti dell’analoga iniziativa della XVI Legislatura, dispone l’istituzione del Premio biennale di ricerca per la conservazione della memoria del deputato socialista Giuseppe Di Vagno. Il testo iniziale composto di quattro articoli è stato parzialmente modificato durante l’esame in sede referente dalla VII Commissione.
Le modifiche introdotte, tese ad un aggiornamento temporale degli effetti finanziari del provvedimento, ma anche e, soprattutto, aggiungo io, all’ulteriore affermazione dei principi di trasparenza, imparzialità e meritocrazia dell’attribuzione del Premio Di Vagno e ad alcune integrazioni delle tematiche cui si ispira lo stesso, credo abbiano sensibilmente migliorato il testo, dopo un intenso e proficuo dibattito in Commissione, che ringrazio per il lavoro svolto.
Andando nel dettaglio dell’articolato, l’articolo 1 prevede, appunto, l’istituzione del Premio, da conferire il 25 settembre di ogni biennio alla presenza di un delegato del Presidente del Consiglio dei ministri. La prima assegnazione ci piacerebbe potesse avvenire già il 25 settembre di quest’anno. L’ente responsabile dell’organizzazione del Premio e della redazione del

relativo bando, che dovrà ispirarsi a criteri, procedure e modalità basati su principi di meritocrazia e trasparenza, è individuato nella Fondazione Di Vagno, d’intesa con la Presidenza del Consiglio dei ministri e sotto la vigilanza del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. L’ammontare del Premio biennale è fissato in 40 mila euro: la Fondazione può decidere se ripartire tale somma in più premi, da assegnare sulla base di criteri di merito.
Tornando alla proposta di legge, è previsto anche un contributo una tantum di 100 mila euro per la riorganizzazione, la redazione degli inventari, l’informatizzazione, la dotazione di risorse umane, nonché la definitiva apertura al pubblico della biblioteca e dell’archivio storico della memoria democratica pugliese, collocati nella sede della Fondazione.
All’articolo 2, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta della Fondazione, nomina, con proprio decreto, il comitato scientifico del Premio, composto da tre studiosi di chiara fama di storia contemporanea o di scienza politica, cui spetta decidere il tema del Premio per ogni edizione. Le tematiche sono i conflitti sociali e le lotte politiche tra passato e futuro, socialismo e Mezzogiorno, i cambiamenti istituzionali, regionali e locali nel Mezzogiorno nel XX secolo, le previsioni per il XXI secolo, l’attualità del socialismo nel XXI secolo in Italia e nel mondo, lo studio del fenomeno della violenza politica, sia verbale che fisica, del suo sviluppo, delle sue forme e degli strumenti per combatterla, agli ideali di giustizia, di solidarietà e pace in Italia e nel mondo.
L’articolo 3 dispone che il vincitore sia individuato da una giuria composta da sei membri: il presidente della giuria, che è scelto dal Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo tra studiosi di chiara fama di scienze politiche, un rappresentante della Presidenza del Consiglio, uno della presidenza della regione Puglia, tre studiosi di chiara fama.
Infine, l’ultimo articolo riguarda la dotazione finanziaria che, per il 2014, è pari a 140 mila euro e 40 mila euro ad anni alterni. Poche risorse, ma che, mi permetto di dire, sono ben spese per mantenere salda la memoria nel nostro Paese e nella nostra Repubblica, per dare, ancora una volta, uno strumento ai nostri giovani per continuare a studiare, ma tenendo conto che le lezioni del passato servono, vieppiù in un momento complicato come questo, per il futuro del nostro Paese

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