Mozione Di Lello “PER IL MEZZOGIORNO”


Marco Di Lello

l’eredità che lasciano sei anni di recessione fotografa un Paese ancora più diviso e diseguale con una flessione ancora più estesa e profonda  nel Mezzogiorno;

secondo i dati del Rapporto Svimez, relativo al 2014, si evidenzia, ancora una volta, la questione di un Paese con due differenti velocità di sviluppo dove al Sud il persistere della crisi si sta sempre più radicalizzando e dove all’emergenza economica si sta sempre di più intrecciando un’emergenza sociale e civile;

nel Mezzogiorno dove risiede un terzo della popolazione, il prodotto interno, nel 2013, è calato del 3,5 %, approfondendo la flessione già registrata nel 2012 dove la flessione è stata registrata al -3,2%: quasi il doppio della flessione registrata al Centro-Nord. In tale contesto le regioni del Sud hanno risentito non solo dello stimolo relativamente inferiore al resto del Paese della domanda estera ma anche della riduzione della domanda interna e questo, come evidenziato nel Rapporto Svimez, è dovuto essenzialmente dalla mancanza di mercato del lavoro dell’area e dalla mancata spesa per investimenti che si  è ulteriormente ridotta rispetto al resto del Paese;

secondo le stime effettuate dalla Svimez  non si ipotizzano per il prossimo biennio segnali di un’inversione di tendenza, infatti si prevede per il 2015, in un quadro di recessione, un ulteriore ampliamento del divario tra Nord e Sud, con un differenziale negativo di circa mezzo punto al Sud rispetto alla media nazionale, che dovrebbe far segnare una flessione del prodotto interno lordo, tra il 2014 ed il 2015, di oltre l’1 per cento;

anche le misure economiche degli ultimi anni, miranti al necessario aggiustamento dei conti pubblici, non hanno tenuto conto delle diversità territoriali, determinando effetti maggiormente negativi nel Mezzogiorno;

negli ultimi anni si è avvertita l’assenza, nei programmi di Governo, di un respiro strategico, volto a ridurre il gap economico, infrastrutturale e sociale del Sud;

il Mezzogiorno è ancora privo di quella rete di infrastrutture essenziale per lo sviluppo anzi, questi territori soffrono maggiormente della politica infrastrutturale del nostro Paese  la cui profonda crisi, registratasi nel 2013, ha visto un così basso livello di investimenti mai registrato dal 1970.  La profonda caduta degli investimenti in opere pubbliche, conseguenza della crisi finanziaria, ha visto dimezzarsi anche quei valori di “sopravvivenza infrastrutturale”, come li definisce il rapporto Svimez , che determineranno la compromissione da parte del Mezzogiorno di quel ruolo chiave di snodo dei traffici tra l’Europa, l’Oriente e i paesi del bacino del Mediterraneo;

in uno Stato dove tutte le regioni dovrebbero essere dotate degli stessi strumenti e delle stesse infrastrutture si assiste invece ad una continua rivisitazione di quello che dovrebbe essere il documento per eccellenza la c.d. Legge Obiettivo.  La riprogrammazione risulta del tutto chiara: nel Mezzogiorno si ridimensionano gli interventi e si reimpiegano risorse già ad esso destinate in altri ambiti programmatici: in parte le risorse si trasferiscono al  Centro-Nord;

ciò appare evidente da una lettura dei due ultimi Rapporti della Camera dei Deputati, dai quali si evince come nel Centro-Nord la programmazione si sia concentrata soprattutto su nuovi collegamenti autostradali in PPT, sul completamento della rete ferroviaria AV/AC nazionale e la connessione con quella europea, sulle metropolitane delle principali città e sugli interventi riguardanti l’Expo 2015. Nel mezzogiorno, invece, si continua con l’estenuante completamento della Salerno – Reggio Calabria, della SS 106 Jonica, delle autostrade siciliane e della rete metropolitana campana;

nel Mezzogiorno, dunque, l’attività infrastrutturale si è limitata ad interventi di modesta dimensione che, per loro natura, non sono in grado di infittire la rete infrastrutturale e consolidare i nodi logistici in modo da garantire una dimensione sistemica all’apparato meridionale. Il pericolo reale, a questo punto, è che il divario tra Nord e Sua da incolmato divenga incolmabile;

la crisi finanziaria ha colpito il Sud e le politiche congiunturali anche in altri versanti in quanto, davanti alle stringenti necessità della finanza pubblica, risorse assegnate allo sviluppo del Mezzogiorno, come il fondo per le aree sottoutilizzate, sono state distratte per altre finalità;

per lungo tempo si è assistito a dissennati tagli operati sulla dotazione del fondo per le aree sottoutilizzate per finanziare interventi di diversa natura, non sempre corrispondenti a finalità di sviluppo e quasi sempre non localizzati nel Mezzogiorno;

i dati sull’andamento dell’occupazione hanno evidenziato come proprio nelle regioni del Sud si siano concentrate le riduzioni più significative di posti di lavoro, legate, soprattutto, al fenomeno della desertificazione industriale. Nel Mezzogiorno una persona su due è fuori dal mercato del lavoro regolare: in valori assoluti, sette milioni di uomini e donne che convivono con lavori in nero o precari. Inoltre, è al Sud che vive un esercito di oltre due milioni di giovani e delle giovani, i cosiddetti «neet» (acronimo che sta per «not in education, employment or training», ovvero che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione), che sono praticamente invisibili poiché vivono in una zona grigia fatta di lavoro irregolare, occupazione estemporanea e lavori saltuari e che rappresentano la faccia più impietosa della crisi economica;

la quota dei  «neet»  sul totale della popolazione è arrivata nel 2013 al 27% e il 55% è al sud. Con la crisi, la condizione dei «neet» si è estesa anche ai giovani e alle giovani con titoli di studio più elevati: tra gli inattivi al Sud i diplomati e le diplomate sono il 37,5% e i laureati e le laureate il 32,4 %;

per quanto riguarda le donne, il rapporto SVIMEZ rileva impietosamente che a fronte di un  tasso di occupazione che in Europa raggiunge nel 2013  mediamente il 66%, nelle regioni del Sud  si attesta a malapena al 38% in Puglia, al 37 % in Calabria e Campania per poi scendere al 35% in Sicilia.

la disoccupazione ufficiale al Sud è quasi 2,5 volte quella del Nord: l’insieme di persone in cerca di occupazione e forza lavoro potenziali nel primo trimestre del 2014 si avvicina ai 7 milioni di cui 3,7 milioni solo nel mezzogiorno;

con riferimento alle imprese del Mezzogiorno, il sistema produttivo è legato a fattori strutturali di debolezza che riguardano le dimensioni piccole o piccolissime delle imprese di quest’area, spesso a gestione familiare, operanti prevalentemente in settori a basso valore aggiunto e con una conseguente scarsa propensione a investire nell’innovazione e in ricerca e sviluppo. Tra le condizioni di contesto capaci di favorire, nel medio periodo, la crescita del sistema economico meridionale c’è senza dubbio anche la crescita degli investimenti in ricerca ed innovazione, unica risposta lungimirante rispetto alla perdita di competitività delle produzioni e dei servizi rispetto a quelle dei Paesi emergenti e a quelle dei Paesi tecnologicamente più avanzati; occorre, pertanto, mettere a regime forme di credito d’imposta automatico sugli investimenti in ricerca, innovazione e formazione, nell’ambito di un più vasto sistema di fisco premiale per le imprese disposte ad investire nel Mezzogiorno;

la mancata soluzione al problema della sicurezza complica ogni ipotesi di sviluppo per le regioni meridionali. Permane, infatti, una forte presenza della criminalità organizzata, che tenta di infiltrarsi nei grandi appalti per opere pubbliche e tenta di condizionare l’attività d’impresa, e della microcriminalità, che peggiora la qualità della vita nei centri urbani, aumentando il disagio sociale. Questa situazione richiede un impegno forte da parte dello Stato per assicurare condizioni di legalità e di sicurezza alle imprese e alle cittadine e ai cittadini; occorre salvaguardare e rilanciare il patrimonio produttivo meridionale, scongiurando la fuga dell’industria manifatturiera e l’ampliarsi dei fenomeni di delocalizzazione e intervenendo sulla promozione d’impresa, sostenendo con servizi innovativi i settori d’eccellenza, quali il turismo sostenibile, l’agroalimentare tipico, le attività ad alto contenuto tecnologico; la capacità di realizzare politiche di sviluppo mirate, in particolare ottimizzando l’utilizzo dei fondi europei, è divenuta il principale motore della crescita di molti Paesi europei, simili al Mezzogiorno per storia, tradizioni, condizioni economiche e collocazione geografica;

il dualismo del sistema economico italiano continua ad essere una costante, che ha, però, assunto negli ultimi anni valenze differenti, in considerazione dei vincoli e delle opportunità connessi ai processi di integrazione europea e di globalizzazione; tutti gli indicatori economici lasciano presagire che nel prossimo biennio le regioni centro-settentrionali saranno caratterizzate da un forte impulso produttivo, che permetterà loro di raggiungere le performance europee, mentre il Mezzogiorno resterà penalizzato, dati i ritardi strutturali che da sempre ne condizionano lo sviluppo economico;

si rende necessario individuare formule di intervento verso il Mezzogiorno efficaci e, soprattutto, capaci di supportare la ripresa di uno sviluppo durevole e non assistenzialistico così, grazie alla posizione geografica ed alla dotazione di porti e aeroporti, il Sud potrebbe svolgere un ruolo di cerniera negli scambi commerciali tra Europa, Mediterraneo e Paesi del far east e raccogliere le nuove opportunità del contesto competitivo internazionale. Per il Sud italiano, così come per altri Sud europei, potrebbe aprirsi una prospettiva inedita, rappresentata dai crescenti flussi commerciali e finanziari provenienti dall’Asia e dall’Africa, da Medio Oriente, Cina, India, Giappone, Oceania e che potrebbero trasformarlo in uno dei principali poli dello sviluppo mondiale di questo nuovo secolo.

Impegna il Governo:

a promuovere una politica di sviluppo che, sulla base della rilevata inefficacia degli interventi effettuati per il Mezzogiorno nell’ultimo decennio, tenda a privilegiare interventi infrastrutturali in una logica di concentrazione settoriale delle risorse;

ad attuare un piano di recupero di efficienza e competitività territoriale delle regioni del Mezzogiorno, attraverso la realizzazione ed il completamento definitivo di opere infrastrutturali di indubitabile importanza sotto il profilo della riduzione dei costi logistici totali di mobilità di merci e persone, integrate con le reti infrastrutturali di regioni e Paesi del Mediterraneo, grazie alle quali il Mezzogiorno potrebbe realmente rappresentare un’area strategica di operatività logistica a servizio non solo del sistema endogeno meridionale ed italiano, ma principalmente quale territorio di concentrazione e smistamento di traffico lungo le direttrici Asia-Europa e Asia-Medio Oriente-Nord-Africa;

ad assumere iniziative per riformare i programmi regionali del fondo per le aree sottoutilizzate, modificando, al contempo, la governance dell’utilizzo dei fondi e introducendo lo strumento del contratto istituzionale di sviluppo che definisce tempi, modalità e responsabilità per l’attivazione degli investimenti finanziati con i fondi europei e nazionali destinati alle politiche di sviluppo e coesione territoriale, così come delineato nei documenti della Commissione europea relativi all’approvanda riforma della politica regionale dell’Unione europea;

a valutare l’opportunità di assumere iniziative volte a promuovere, all’interno delle regole del patto di stabilità interno, meccanismi premiali finanziati con le risorse del fondo europeo per lo sviluppo regionale a favore delle regioni meridionali che si impegnano a ridurre la spesa corrente a favore di quella in conto capitale; ad assumere un impegno straordinario per sconfiggere la criminalità organizzata e tutti quei fenomeni di illegalità, dal lavoro sommerso alla microcriminalità, che determinano un ambiente sfavorevole agli investimenti ed allo sviluppo;

a favorire lo sviluppo nelle regioni meridionali di un sistema creditizio e finanziario che sia in grado di accompagnare e promuovere la crescita dimensionale delle imprese, l’innovazione e l’internazionalizzazione; a qualificare e semplificare, per quanto di competenza, la pubblica amministrazione, specie nelle aree meridionali, in maniera tale che diventi fornitrice di servizi efficienti alle imprese e alle cittadine e ai cittadini; a valutare l’opportunità di definire progetti finalizzati al rientro nelle regioni di provenienza delle giovani e dei giovani ad alta ed altissima qualificazione universitaria e post-universitaria, contribuendo in tal modo ad invertire i consistenti flussi di emigrazione che coinvolgono in modo preoccupante le migliori energie intellettuali del Mezzogiorno.

On. Marco Di Lello

On. Ivan Catalano

On. Claudio Fava

On. Lello Di Gioia

On. Pia Locatelli

On. Oreste Pastorelli

On. Tommaso Currò

On. Alessandro Furnari

On. Paola Pinna

On. Alessio Tacconi

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